Rumore di desideri
Cosa fanno delle Tigri a Natale?
Rumorebianco sono i dispacci liminali di Moscabianca Edizioni. Ogni mese precipitano nel mondo weird testi inediti di unx nostrx autorx, anteprime, meme e consigli di lettura.
Lo speciale natalizio è firmato da Diletta Crudeli, coordinatrice editoriale di Moscabianca Edizioni, che torna nell’universo narrativo del suo Nuovo Dogma con una breve storia delicata e bizzarra, tra Tigri, Conigli e regali di Natale.
Il Natale delle Tigri
di Diletta Crudeli
Ci sono tre cose che non piacciono a Parsons. Loro e il Dogma a capo di tutto il Reale, neanche a dirlo. Non sarebbe parte di quella che chiunque si ostina a chiamare ribellione, altrimenti. Non le piacciono i demoni. Il fatto che qualcuno accetti di mettersi al servizio di Loro pur di non venire Nascosto le sembra una cosa abominevole. Infine non le piacciono i consigli. Non le piace darli, tutti le dicono che è una despota nel dare consigli, e non le piace riceverli.
E Kazann lo sa. Eppure se ne sta lì di fronte a lei, sdraiata scomposta sul divano verde oliva del casolare dove hanno creato la loro base, a snocciolarne in quantità indefinita.
«Altrimenti un bel quaderno rilegato per appuntare nuove Frontiere. Una sciocchezza, ma può essere utile. Oppure un servito per il tè. Aska ha il suo personale, non una cosa che mi aspettavo da Aska, ma non posso certo giudicare». Kazann sposta lo sguardo dal soffitto a lei, che si trova seduta sul tappeto. «Anche se, ti ripeto, per me l’opzione migliore resta il servitore».
«Kazann». Si trattiene e cerca di moderare il tono. «Ti ho già detto che solo la parola mi mette ribrezzo».
«Ma non è un vero servitore. Non siamo mica come Loro. Io lo chiamo così perché è Grigorij stesso a definirsi tale, per me».
Kazann fa un sorrisetto compiaciuto. Grigorij, l’uomo orbo che conosce Kazann da prima che diventasse una ribelle, proprio in quel momento è fuori a curare il giardino. Poteva diventare un antiquario, quell’uomo che si definisce semplicemente stregone, invece ha deciso di servire Kazann, che gli ha rivelato per sette notti su una montagna i segreti del Reale. Quello e altre cose sono il lato più insospettabile di Kazann. Qualcosa di ancora più strano del fatto che Aska con il suo aspetto selvatico si compri un servito di porcellana per sorseggiare il tè che le aiuta a sondare il Reale e tenersi sempre in contatto. Kazann, algida, sicura di sé, che ogni tanto sembra compiere atti a caso. Aver scelto quell’uomo e proteggerlo costantemente è uno di questi. Anche lei sa che prima o poi Grigorij verrà Nascosto. Lo sa anche lui, ma sembra andargli bene.
«Anche fosse», dice sospirando, «dove lo trovo uno come Grigorij? Non è che il mondo pullula di antiquari che decidono di ribellarsi a Loro, o uomini che non impazziscono o non vengono Nascosti».
«Un animale, allora», dice Kazann.
«Allora vuoi davvero assomigliare a Loro».
Kazann la fissa indignata. La sta facendo arrabbiare.
«Vuoi offendermi?»
«Lungi da me».
Kazann sbuffa, si siede e poggia i gomiti sulle ginocchia.
«Senti», dice di nuovo calma, «sei tu che mi hai chiesto cosa puoi regalare a Orleans per Natale. Potevi non chiedermelo».
«Io? Non ho chiesto un bel niente!»
Kazann ridacchia.
«Mi ha detto Z che lo avresti fatto. Che volevi farlo».
Peggio ancora. Come al solito Z non riesce a farsi i fatti suoi.
«Puoi dire a Z di stare fuori dalla mia testa, allora».
Lo sente, che mette il broncio. Orleans lo dice sempre che si comporta come un’adolescente. Pensa al sorriso di Orleans. Deve assolutamente trovarle un regalo. Fuori albeggia appena, il cielo freddo della Vigilia si tinge di un pallido rosa spettrale. Ha tempo fino a quella sera, fino a mezzanotte. Poi sarà Natale.
«È che… mi piace l’idea di prenderle un regalo. Orleans non ha mai festeggiato il Natale. Mai, capito? Quest’anno che riusciamo a festeggiare di nuovo anche con lei, a meno che non succeda chissà quale ennesima calamità…»
Kazann non risponde. Ogni tanto possono anche provare a comportarsi come se non ci fosse una tirannia che aleggia costante su tutte loro. Hanno sempre cercato di festeggiare quella festa, quando possibile. Anche se una volta Parsons non era d’accordo. Ma le cose sono cambiate. E se Aska può comprarsi un servito da tè, se Cinnama può portare regali ai bambini degli uomininormali, perché lei non può comprare un semplice regalo alla persona che ama di più al mondo?
«C’è qualcuno a cui potresti chiedere consiglio».
«Non hai capito, Kazann, io non voglio un consiglio. Vorrei solo essere sicura di non sbagliare. Di trovare il regalo perfetto. E non credo che in tutto il Reale esista qualcuno che possa dirmelo».
Kazann si alza e si sposta verso uno dei tavoli ricolmi di quaderni pieni di appunti. Ne prende uno blu, spesso. Parsons si acciglia. I quaderni blu sono quelli che contengono gli appunti sulle creature sovrareali. A cosa dovrebbe servirle l’aiuto di una creatura potentissima ma talmente pavida da non schierarsi contro il Dogma?
«Il coniglio», dice, «dovresti andare da lui».
«Il coniglio? Senti Kazann, per favore…»
«Il coniglio si muove nel tempo», la interrompe l’altra. «Puoi chiedergli di accompagnarti nel futuro e mostrarti quale regalo hai scelto per Orleans».
Eccola di nuovo. La Kazann caotica e inaspettata.
«Il coniglio che si muove nel tempo, certo. Peccato che nessuno sappia dove si trova, al momento. Abita in un buco, ecco cosa sappiamo. Devo andare a cercarlo in tutte le stupidissime tane di coniglio del Reale?»
«Taiga lo sa. È scritto proprio qui».
Non è proprio giornata. Il servito di Aska, i consigli di Kazann, Z che non si fa gli affari propri e adesso Taiga che come al solito dimostra di essere la prima della classe.
«Senti, ma com’è che Taiga sa sempre dove trovarle, le sovrareali?»
Kazann le mette in grembo il quaderno aperto. Nella grafia spigolosa di Taiga sono segnate le coordinate. La tana in cui si trova il coniglio. Una Frontiera libera dal controllo del Dogma che può essere raggiunta attraversando un bel po’ di Solchi, ma pur sempre una localizzazione precisa.
«E perché allora non ci andiamo tutte quante? Perché non gli chiediamo aiuto?»
Kazann è tornata sul divano. Comincia a disfarsi le trecce. Parsons sa che ha bisogno di scioglierle e rifarle da capo quando è stressata. Ed è Parsons che la sta stressando.
«Perché sai bene che se c’è una sovrareale su cui non fare affidamento è quel coniglio. È un pazzo, e per ottenere il suo aiuto devi convincerlo. Ci ha provato già Taiga, fallendo, infatti lo ha detto solo a me. Non ci puoi ragionare con quello».
Parsons torna a guardare le coordinate. Poi di nuovo Kazann.
«E allora dovrei andarci io? Potrebbe voler aiutare me con una cosa del genere?»
Vorrebbe dire che è una richiesta stupida. Ma per lei, al momento, trovare un regalo a Orleans è una questione essenziale. Non vuole deluderla. Vuole vederla contenta.
«Certo che no», risponde infine Kazann, «ma almeno non starai qui a tormentare me».
Quella buca odora di qualcosa a metà tra i biscotti appena sfornati e fiori di campo. Così Parsons ha fame e al tempo stesso voglia di starnutire. Cammina in un tunnel terroso da almeno dieci minuti. Eppure le coordinate di Taiga devono essere giuste. Sono sempre giuste.
Infila le mani in tasca. Per arrivare fin lì ha attraversato parecchi Solchi, e otto di questi erano in città affollate di uomininormali. Città addobbate con luci, abeti trasformati in grosse decorazioni monche, piste di ghiaccio su cui pattinare. Le si è chiuso lo stomaco. Per poco non le veniva da piangere.
Una volta non era così. Una volta era ancora più severa di Kazann, irrecuperabilmente arrabbiata con il mondo. Parsons porta con sé le scintille, il fuoco, e il suo fuoco era sempre pronto a diventare esplosione. Poi è arrivata l’ultima delle ribelli a unirsi a loro, e quella ribelle era Orleans.
Parsons è certa che Orleans l’abbia in un certo senso addomesticata. Sicuramente disinnescata. Con quegli occhi così gentili e disposta a ridere per tutto ciò che Parsons ha da dire. Parsons pensava di non essere divertente, eppure Orleans le ha detto che lo è. Orleans ride con Parsons mentre a Parsons in tutta risposta viene da piangere. Come prima, con le luci di Natale.
Svolta per l’ennesima curva e appare un chiarore prima e poi, sotto i suoi piedi, un pavimento in legno pieno di graffi. Un’altra curva, l’odore di biscotti che è la percezione della creatura le resterà impregnato nei vestiti, ne è certa, e si ritrova in una serra. Una serra di vetro e ferro battuto. Non se lo aspettava, deve essere onesta. Le capacità delle sovreareali la lasciano sempre interdetta.
Parsons è circondata da divanetti di diversa foggia, poltrone, molte delle quali azzoppate. E infinite tazze da tè. Tazze impilate una sull’altra, teiere a profusione. Montagne di ceramica ammucchiate a terra o sui tavoli.
«Ah! La signora tigre è arrivata! La signora che beve il tè! A noi piace chi beve il tè! Ci piace il tè. Il whiskey? Troppo serio. Il gin? Le persone perbene non bevono il gin. La vodka? La vodka è per i poeti e le regine».
Per poco non le prende un colpo. Un coniglio enorme le saltella incontro. Quello è il coniglio? Sta su due zampe come un umano e porta un ridicolo papillon. Balza a zampe unite sui divanetti e mette fuori gioco una poltrona. Ora capisce perché molte sono in quello stato.
«Ma le tigri non hanno le righe?» chiede il coniglio fiutandola con un naso che pare un grosso bottone. «E poi non ho mai visto una tigre che odora di scintilla… Ah!» Il coniglio salta all’indietro, si nasconde dietro un divano. «La signora tigre… Esploderà?»
Parsons lo fissa allibita.
«Io… No. Sono venuta qui per il suo aiuto».
Lui si avvicina di nuovo. E poi l’afferra per mano e la trascina verso un tavolo ricolmo di tazze.
«Poteva dirlo subito! E mi dia del tu, signora tigre. Parliamo davanti a una tazza di tè, venga, veloce!»
Il contatto la fa barcollare. Si siede al tavolo e ha ancora in testa la percezione del coniglio. Ha visto altre buche, simili a quella. Dopodiché ha visto troppe cose tutte insieme. Quello vuol dire muoversi nel tempo? Un flusso colorato di immagini, profumato e maleodorante insieme?
«Io… sono venuta a chiederti aiuto. So che non hai aiutato Taiga, ma magari potresti aiutare me».
Di fronte a lei il coniglio beve educatamente il suo tè. Parsons lo prende come un cenno a continuare.
«Quindi… Io vorrei sapere quale sarà il regalo di Natale perfetto per la mia compagna. Potrei capirlo, magari… dal futuro?»
Il coniglio posa la tazza.
«Il futuro? E cosa ne sa la signora tigre del futuro? E poi mi dia del lei. È una questione di rispetto».
Parsons apre la bocca per ribattere, poi la richiude.
«Il futuro. Il futuro ogni tanto è di cotone. Fibra, morbida. Ogni tanto il futuro sembra invece un grosso sasso che emerge da una montagna, tanto è pesante. Saltare sul cotone o sul sasso è diverso, no? Sa come si salta la signora tigre, tanto per cominciare? Io so fare anche le capriole. Anche all’indietro. E la ruota!»
Il coniglio balza in piedi di colpo. Poi si siede di nuovo e ricomincia a bere.
Non doveva venire. Pazzo, aveva detto Kazann, ma quello non è pazzo. È qualcosa che è andato oltre. Lo vede negli occhi blu elettrico del coniglio.
«Quindi non può aiutarmi?»
È pronta ad andarsene. Ha già i nervi a fior di pelle.
«Posso aiutarla, sì o no? Deve convincermi, signora tigre. Non è che passa molta gente di qui, ma quella che passa fa proprio fatica a mostrarmi una buona ragione per saltare insieme. Saltare è osservare indietro o in avanti e non sempre è bene osservare. È venuta l’altra tigre sua amica, molto carina. Ma a me non piace mettere il mio musetto nelle faccende di quella roba lassù nel suo Palazzo Celato, Loro con quella coda variopinta di orrori. No, no. Viene poi qualche animale, casca nel buco. Beviamo il tè. Ah, viene poi spesso quel tipo, bello, non c’è che dire. Ma arrogante. Forse lo conosce la signora tigre?»
Parsons cerca di tenere il filo del discorso. La coda variopinta?
«Non so di chi stia parlando, onestamente».
«Dell’antiquario! Quello bello! E la prego, signora tigre, mi dia del tu».
Parsons dalla disperazione si mette a sorseggiare il tè. È effettivamente buono.
«Insomma, tutta questa gente. Perché vengono da me? Vogliono saltare nel tempo? Ma la sanno la fattura del cotone? Lo sanno come canta la seta? E come rimbalza il cemento? No! Ecco perché non aiuto nessuno. Motivazioni inutili o che portano guai! E poi non sanno nemmeno fare le capriole. Non saprebbero nemmeno andare nel passato, creature così. All’indietro le capriole sono difficili, ma almeno le capriole normali…»
«Già».
È stanca e pronta ad andarsene. Ma Orleans merita un regalo. Se un antiquario può provare a chiedere aiuto, perché lei no? Perché Taiga sì e lei no?
«Io vorrei solo fare un regalo di Natale».
Il coniglio scatta in piedi.
«Natale! Ma doveva dirlo subito!»
Parsons sbotta: «Ma l’ho detto! L’ho detto subito!»
Il coniglio scuote la testa. Le enormi orecchie ondeggiano morbide.
«Lei ha parlato di una donna molto bella con gli occhi di miele che ride delle sue battute e che dorme accoccolata a lei la notte, lei ha detto che la ama e che morirebbe per lei».
Arrossisce.
«Non ho detto niente del genere».
Il coniglio balzella fino a lei e le sposta la sedia, Parsons si alza e fissa i suoi occhi blu.
«Allora saltiamo! Ci piace il Natale! Abbiamo già aiutato per Natale. È pronta la signora tigre?»
Parsons non ha tempo di chiedere chi abbia aiutato quel pazzo, o cosa debba fare per essere pronta. Il coniglio la prende di nuovo per mano. C’è come uno strattone, simile a quando si oltrepassa un Solco per attraversare una dimensione. Ma al posto di essere caldo è freddo. È qualcosa che pulsa, suona, canta. Parsons chiude gli occhi e poi il terreno le sparisce sotto i piedi.
Il coniglio ride e comincia a intonare una canzone di Natale mentre cadono nel vuoto.
Una fitta micidiale al fondoschiena e si ritrova a terra.
«Non c’è male, ma può migliorare! Almeno non è caduta sulle ginocchia. Giunture! Che bella parola!»
Mette a fuoco il coniglio e ciò che ha intorno. Dietro gli occhi ancora si muovono le onde colorate e liquide del viaggio. Quando lui le tende la mano non l’afferra.
«La signora tigre ha paura di me?»
Parsons si alza in piedi, barcolla, e un lampo arancione le copre per un attimo la vista, poi tornano il coniglio e i suoi occhi brillanti.
«La tua percezione è strana. E sono già abbastanza stordita».
E comunque un coniglio bipede con un papillon non è una cosa da tutti i giorni, neanche nel Reale.
«Dove siamo?»
Il coniglio saltella.
«Non riconosce, la signora tigre?»
Una strada vuota, fredda. Si accorge che sta calpestando un leggero strato di neve. Sembra un semplice paesino di uomininormali. Poi riconosce lo steccato di una casa e un profilo collinare oltre le abitazioni ordinate.
«Ma è dove avevamo la nostra vecchia base».
Una zona di Frontiera in cui lei e le altre erano rimaste per molti anni. Scorge in lontananza la loro casetta. Un edificio di un solo piano incastrato in mezzo ad altri villini abitati da gente ignara di avere accanto una banda di donne capaci di parlare con gli animali. Si erano dovute trasferire lontano da quel luogo per via delle volpi. Volpi comuni e il Clan stesso delle volpi si ammassavano alla loro porta con notizie o per cercare aiuto, volpi che neanche la protezione di Kazann riusciva a contenere. La comunità era andata fuori di testa. Incoscienti volpi e stupidi uomininormali. Quelle sono le cose che le fanno ogni tanto perdere la speranza di poter rendere il Reale libero per chiunque.
«Perché siamo qui?»
Il coniglio saltella energico sulla neve.
«Perché siamo nel passato!»
Parsons guarda di nuovo la casa. Alla finestra si stagliano due sagome. La sua e quella di Kazann.
«Nel passato? E perché siamo nel passato?»
«Abbiamo fatto una capriola all’indietro. Mi sembra ovvio. Altrimenti doveva fare una capriola in avanti!»
«Ma che ne so io di come si fa una capriola! E cosa vuol dire? Dobbiamo cercare il regalo per Orleans!»
Il coniglio annuisce. Le viene voglia di tirare un pugno su quel musetto morbido.
«Giusto, già. E qui la signora tigre di nome Orleans non c’è».
Le esce un verso esasperato dalla gola.
«Certo che no! È arrivata dopo! A cosa mi serve venire qui? Ma dove stai andando?»
Il coniglio si sta già dirigendo a lunghi balzi verso la casa. Parsons lo segue. Il suo corpo si sta surriscaldando. Le sembra di sentire già le scintille provocarle un leggero prurito nelle mani.
«Non è pericoloso? Se ci vedono? Se mi vedo?»
Il coniglio emette un suono che sembra acqua che cade in un pozzo. Parsons capisce che è una risata.
«Non possiamo essere visti. Cose terribili accadrebbero in tal caso, ma mica sono stupido. Non ci vede, nessuno e nessuna. Neanche Loro ovviamente, perché è Frontiera. Possiamo osservare tutto con calma».
Si fermano fuori dalla finestra, il coniglio le fa spazio per guardare.
Il piccolo salotto color crema, un caminetto acceso. Ricorda che quella casa odorava di pane bruciacchiato e che era sempre molto fredda, anche per lei. Ovviamente c’è un tavolo stracolmo di quaderni e taccuini. Tutto regolare. Ma senza Orleans.
All’interno Taiga con i capelli ancora lunghi, Aska al suo fianco, Z e Cinnama impegnate in una partita a go, supervisionate da Kazann.
«Quella mossa ti costerà cara».
«Kazann, puoi tacere? Stiamo ancora imparando a giocare».
«E io vi insegno perché siete delle incapaci».
Aska ride, Taiga resta imperturbabile come sempre.
«Volete finirla con questa scenetta? Possiamo uscire?
E poi c’è lei. Sé stessa, insomma. A differenza delle altre è l’unica a indossare una giacca. Sembra pronta a uscire.
«Non usciremo stasera, Parsons. Te l’abbiamo già detto», dice Kazann senza spostare gli occhi dalla scacchiera.
«Perché è Natale? Per il Dogma, siete veramente delle stupide».
Taiga le scocca un’occhiataccia. Aska borbotta piano.
«Devi rilassarti, Parsons».
«Là fuori la gente viene Nascosta! E voi state qui con quel gioco idiota! Kazann, ti prego».
La Parsons del passato si avvicina a Kazann che infine la fissa.
«So che la pensi come me», insiste Parsons. «So che credi che siano sciocchezze. L’altra sera l’hai percepito anche tu il demone. E poi, quegli animali Nascosti nella Front—»
«Hai ragione. Io sono d’accordo con te. Eppure Z mi ha detto che avremmo dovuto passare la serata come se fossimo uomininormali che festeggiano il Natale. Che sarebbe stato istruttivo».
È allora che la sé del passato esplode. Parsons si meraviglia di sé stessa. Il corpo che vede nella stanza, il suo stesso corpo, inizia a emettere lunghe scintille, di uno spaventoso colore tra il viola e il rosso. Aska emette un urlo, Cinnama balza in piedi e si allontana dal go. Ma Kazann resta imperturbabile.
«Devi calmarti, Parsons. Cinnama mi ha chiesto di insegnarle a giocare a go. E noi qui rispettiamo i desideri di ognuna».
Ma lei non si calma. Le scintille diventano piccole lingue di fuoco che le escono dagli occhi, dai denti.
«Parsons. Esci».
La voce di Taiga è piatta come un sasso. La Parsons che è fuori sa cosa pensa la Parsons del passato. Taiga. Sempre perfetta. Le vuole bene ma la invidia. Perché Taiga è sempre circondata dagli animali e Parsons invece è circondata dalle fiamme. Che le fanno male.
«Me ne vado. Solo l’idea di aver creato una base è stupida». Sa che mentre pronuncia quelle parole prova dolore perché sta frenando le fiamme. Ha provato dolore, quella sera. Perché non capiva. Il significato di fermarsi, di riflettere. Di sicurezza e di cura. Voleva solo bruciare. E andare avanti.
Si volta verso il coniglio, che osserva la scena imperturbabile.
«Perché mi hai portato qui? Questo cosa ha che fare con il regalo per Orleans?»
Lui si volta, inclina la testa.
«È una Vigilia di Natale anche questa», risponde. «Però direi che possiamo andare».
Si allontana e lei lo segue. Tornano sulla strada e Parsons sente sbattere una porta. Vede sé stessa che se ne va dal lato opposto. Una fiamma che cammina in una strada piena di uomininormali.
«Sei tornata, poi?»
«Puoi scoprirlo da solo», risponde secca, «fai una capriola in avanti».
Il coniglio emette di nuovo quel suono che è una risata. Poi le prende la mano.
«E va bene. Pronta?»
Non ha tempo di rispondere. Il flusso colorato la circonda di nuovo, un’ondata di pastelli sciolti. Ma Parsons non sente nessuno strattone, non prova nessuna emozione. Era tornata, sì. Qualche ora dopo. Era tornata e aveva trovato le altre ancora impegnate a giocare a go. Era tornata e aveva pensato che non riusciva a capire come si potesse vivere così, da sola o insieme ad altre. Quella era una delle molte volte in cui nella sua vita si era chiesta se sarebbe mai riuscita a tenere a bada le sue stesse fiamme.
Questa volta resta in piedi, ma per miracolo. Il coniglio però le saltella euforico intorno.
«Brava! Questa era una capriola in avanti, eh! Molto bene, molto bene!»
Capisce subito che in realtà non va bene per niente. Questa volta riconosce subito il luogo in cui si trova. E il momento in cui si trova.
«Senti un po’, coniglio». Si rende conto che non sa il suo nome. Orleans lo dice spesso che dimentica i convenevoli. «Posso chiamarti coniglio?»
«Il mio nome ha a che fare con la buona sorte, ma per una tigre posso essere un coniglio».
«Bene, allora senti un po’, dimmi se sbaglio». Fa una piccola pausa. Osserva di nuovo il casolare, Grigorij in giardino che addobba con cura gli alberi. «Questo è il presente, vero?»
«Certo che sì. L’ho detto, abbiamo fatto una capriola in avanti», risponde, ma prima che Parsons lo interrompa aggiunge: «Una capriola piccola. Diciamo media. Comunque non così grande, ecco. Una capriola che sta a metà tra un tasso grasso e un elefante a dieta, tanto per intenderci».
Non esplode solo perché ripensa alla Parsons del passato, a quelle terrificanti fiamme imbizzarrite.
«Ma siamo partiti da qui! E qui io non so cosa regalare a Orleans!»
Ma ovviamente il coniglio si è già avviato per conto proprio. Ha spalancato il cancello, attraversato il giardino, aperto la porta del casolare. Parsons si aspetta di veder scattare le trappole disposte da Aska, gli animali di Taiga impazzire, ma soprattutto l’algida bolla di protezione creata da Kazann rintoccare come una campana. Ma non succede niente.
Sono esposte, quindi. Quello che ha fermato i valletti di Loro non riesce a fermare un coniglio che si sposta nel tempo. Per la prima volta è contenta che quel tizio sia pazzo, imprevedibile e che non voglia aiutare nessuno.
«Sicuro che non ci vedono?»
«Cose terribili accad—»
«Va bene, ho capito, non occorre ripeterlo. Non sono stupida neanche io».
Sono di nuovo nella sala in cui si trovava quella mattina all’alba. Solo che adesso ci sono tutte quante, tranne lei. Nota subito Orleans. È seduta sul divano e aiuta Kazann a rifarsi le trecce. Taiga se ne sta appoggiata al tavolo, mentre Cinnama e Aska cercano di appendere delle ghirlande intrecciate da una parte all’altra del muro.
«Del Clan delle volpi di sicuro verrà Prima Figlia», dice Taiga, «ma lei soltanto. Madre e Padre sono dal Gatto».
«Il Gatto festeggia il Natale? Non l’ha mai fatto. Immagino che quella casa sarà tirata a lucido come non mai», risponde Kazann.
«Già. Lui adesso la chiama Festa del Grande Inverno. Ma noi dobbiamo aspettarci che Prima Figlia si porti dietro almeno una ventina di volpi. Minimo».
«Venti volpi?» esplode Cinnama mentre litiga con la ghirlanda attorcigliata. «Siamo da capo. E dove le mettiamo venti volpi?»
«Un posto si trova», dice Z mentre entra nella stanza.
Per un attimo Parsons ha l’impressione che la veda. Però Z distoglie di nuovo lo sguardo scrolla la testa. Ma Kazann se n’è accorta.
«Qualcosa non va?»
«Mi sembrava di aver sentito Parsons», risponde Z.
«Anche a me», dice Taiga, «e non è sola».
Parsons indietreggia, poi fissa il coniglio. Lui si volta verso di lei e scrolla la testa energico.
«Stai tranquilla, non ci vedranno. Ma quelle due, comunque, sono proprio brave».
A Parsons si attorciglia lo stomaco mentre Taiga fissa il punto esatto in cui si trova.
«È strano». La voce di Orleans, cristallina, fa voltare sia Parsons che Taiga. «La sento sempre quando è vicina. Ma dov’è che è andata?»
Kazann ride.
«A cercarti un regalo».
«Un regalo? Per me?»
Z sbuffa. «Non era necessario rivelarlo, Kazann».
Per una volta Z ha ragione.
«Ma non è divertente? Parsons che cerca un regalo? Parsons, capito? Per me è incredibile».
Orleans ha abbandonato la treccia di Kazann. Tiene le mani in grembo.
«Ma non è necessario».
«Le fa bene, fidati. Tu le fai bene».
Orleans allora sorride. E ricomincia a intrecciare. Aska a Cinnama tirano fuori da un sacco un’altra ghirlanda.
«E comunque», dice Taiga, «io stasera non ci sono».
«Cosa? E dove dovresti essere se non con noi?»
Kazann si volta di scatto e la treccia sfugge dalle mani di Orleans. Passano almeno dieci secondi in cui Kazann e Taiga si fissano. C’è qualcosa in quello scambio di sguardi che mette Parsons a disagio.
«In giro, a perlustrare», risponde placida Taiga. «Almeno sarà Parsons a starsene in casa per tutta la sera. No?»
Kazann rimane in silenzio. Poi annuisce e si volta. Orleans torna a farle la treccia.
Il coniglio le dà una gomitata.
«Belle quelle ghirlande che avete scelto», dice. Ma lei osserva ancora Kazann, poi Taiga. Di nuovo Orleans. È bellissima.
Ma l’immagine sfugge via quando il coniglio l’afferra per mano. E saltano, per la terza volta.
Atterra in piedi, senza piegare troppo le ginocchia. Ma si rende subito conto che c’è qualcosa di diverso. L’aria lo è. È come se qualcuno avesse sollevato un immenso panno, liberato le pareti del mondo di muffa. È elettrica, leggera come la pioggia e insieme dura come la terra.
«Cosa sta succedendo?»
Non vuole suonare spaventata, ma lo è. C’è qualcosa di strano. Di troppo diverso.
«Abbiamo fatto una capriola bella importante. Direi quasi una ruota bella lunga in avanti».
Guarda nella stessa direzione in cui guarda lui. Si trovano in una piazza enorme, addobbata di luci. Al lato opposto in cui si trovano si erge un edificio con un grosso portone, da cui proviene della musica. E di fronte al portone c’è lei, con Orleans.
Non aspetta il coniglio. È lei questa volta che corre senza pensare.
Si accorge che quelle due che ha davanti stanno discutendo.
«Non vedo perché dovremmo andare», dice la Parsons del futuro, «neanche ci vogliono lì, secondo me».
«Secondo me invece sì», risponde Orleans prendendole le mano, «soprattutto Taiga».
Vede sé stessa sbuffare, ma con poca convinzione. Riconosce il suo stesso disagio. Anche la Parsons del futuro è spaventata da qualcosa.
«Non la vediamo da tanto tempo», continua Orleans. «Ed è Natale. Secondo me là dentro Taiga non saprebbe con chi festeggiarlo, altrimenti».
«Secondo me lo sa, invece».
Orleans scuote la testa. Poi le prende il viso tra le mani. La Parsons del futuro arrossisce e lei arrossisce in risposta. Orleans è così bella. E lei sembra una ragazzina.
«Non devi avere paura», dice Orleans, «perché se possiamo avere paura insieme è come non averla».
Il coniglio ride. Se la ride di gusto.
«Ti fa ridere?»
Lui continua a emettere il suo gorgoglio, poi le prende la mano.
«È ora di andare!»
«Ma non ho risolto niente! Per te è divertente?»
Lui ride di nuovo, e il mondo comincia a vorticare.
«Non ridevo per questo. Ridevo perché sei così innamorata di lei che non ti sei resa conto di cosa brillava in cielo».
Parsons allora si volta, a destra a sinistra. Nel vortice di colori riesce solo a cogliere una macchia luminosa, forse due, nel cielo stellato. Ma poi è travolta dall’ennesimo salto, e tutto scompare.
Di nuovo, atterra in piedi. E l’aria sembra normale. Mentre lo pensa capisce che in effetti l’aria del futuro precedente sembrava migliore.
«Siamo di nuovo nel futuro?»
Sono in un giardino. Alle loro spalle una casa con le imposte sbarrate, senza porta.
«No. Siamo tornati nel tuo tempo. Nel nostro tempo. Il tempo dei tempi, il punto di partenza. La gara si è conclusa, il viaggio è terminato, i salti esauriti, e io devo assolutamente bere del tè».
Il coniglio si allontana sul vialino ricoperto di erbacce.
«E dove siamo?»
Lui le indica la casa alle sue spalle.
«Di fronte a una casa abbandonata che meriterebbe un po’ di cura e forse un dondolo. In una città piena zeppa di uomini normali. Ci sono sei Solchi da attraversare per tornare in tempo per la mezzanotte al casolare dove abitano le signore tigri».
Si volta di nuovo.
«Ma non ho ottenuto nulla! Perché allora mi hai aiutato?»
È scombussolata. Triste, confusa, impaurita. Le scintille nel suo corpo percorrono le vene in tutte le direzioni, incapaci di trovare sfogo.
«Ma se siamo stati in un sacco di posti! E abbiamo fatto tante capriole. La signora tigre è più coraggiosa di molti altri. Un’ottima compagna per saltare avanti e indietro. E come direbbero da queste parti, allons-y! Mentre noi stiamo qui a parlare di fronte a questa bella casetta vuota la signora tigre con gli occhi di miele aspetta la tigre sempre arrabbiata».
«Io non sono sempre arrabbiata».
Il coniglio inclina la testa. Si rende conto che non ha mai toccato quelle orecchie morbidissime. Ma immagina sia poco educato, lo dice la voce di Orleans che le vive in testa.
«Già», dice il coniglio, «per fortuna non più».
Vedere il salto le aggroviglia lo stomaco. Il coniglio diventa minuscolo, poi enorme e fosforescente, poi sottile come carta. Era questo che accadeva quando saltavano?
Quando resta sola si rende conto che se ne sta ancora a bocca aperta in quel giardinetto smunto e freddo. Da qualche parte deve esserci di nuovo gente che canta. Un orologio batte le undici e mezza.
È in ritardo. E sei Solchi non sono pochi.
Prima di mettersi in marcia si volta di nuovo verso la casa. Un dondolo ci starebbe davvero bene. Immagina che del resto potrebbe anche chiedere a Kazann di creare una protezione. Per una casetta così minuscola che ci vorrà mai. Non potrebbe mai prendere fuoco lì dentro. Non potrebbe mai esplodere. Ma non c’è rischio che accada.
Del resto, se Parsons potrà passare del tempo sola con Orleans in quel luogo sarà finalmente contenta, Kazann, di levarsela dai piedi.
Grazie per aver trascorso anche quest’anno insieme a noi! Non vediamo l’ora di rivelarvi tutti i libri strani che pubblicheremo nel 2026. Vi auguriamo un sereno e weird Natale e un felice anno nuovo. Tanti cari auguri da parte di tutta la redazione di Moscabianca Edizioni.


